“Anche l’uomo era al principio con Dio’’” Rivelazioni nel contesto (2016)
“Anche l’uomo era al principio con Dio’’” Rivelazioni nel contesto
“Anche l’uomo era al principio con Dio”
Dalla fine di gennaio ad aprile del 1833, Joseph Smith e da quindici a venti altri uomini frequentarono la Scuola dei profeti sita nell’emporio di Newel K. Whitney a Kirtland, nell’Ohio. Nelle loro riunioni, essi cantavano, pregavano, studiavano vari argomenti sia secolari che sacri ed esercitavano i doni spirituali. Durante una di queste sessioni, tenuta il 27 febbraio — lo stesso giorno in cui fu rivelata la Parola di Saggezza — David W. Patten fu spinto dallo Spirito Santo a cantare un inno in una lingua sconosciuta. Uno dei presenti, forse Sidney Rigdon, interpretò per gli altri l’inno di Patten, il quale riguardava la visione di Enoc così come riportata nella revisione di Genesi effettuata da Joseph Smith.1
La visione di Enoc era probabilmente nota alla maggior parte degli uomini che frequentavano la scuola. Scritta due anni prima e pubblicata nell’Evening and Morning Star (un giornale pubblicato agli albori della Chiesa) nell’agosto del 1832, la visione offriva una grandiosa panoramica della storia umana. Secondo le parole (interpretate) dell’inno di Patten, a Enoc fu mostrato “ciò che era accaduto, poi ciò che era ed è presente, e ciò che doveva e deve accadere”2. La visione diede inoltre ai membri della Chiesa uno dei primi scorci dell’idea di un’esistenza preterrena.3 “Io ho fatto il mondo, e gli uomini prima che fossero nella carne”, disse il Signore all’antico profeta (Mosè 6:51). L’interpretazione dell’inno che fu data nell’aula riecheggiava il testo rivelato: “Egli vide il tempo in cui fu creato Adamo suo padre, e vide che egli esisteva dall’eternità prima che fosse creato un granello di sabbia”4.
Le revisioni della Bibbia effettuate da Joseph Smith, compresa la visione di Enoc, contenevano idee profonde relative alla vita preterrena e al rapporto dell’umanità con il divino, ma tali idee erano solamente accennate, non spiegate nel dettaglio. Nell’inno interpretato possiamo percepire l’emozione provata da quei primi santi nel contemplare il possibile significato di queste allusioni. Tuttavia, possiamo soltanto provare a immaginare quali domande esse possano aver piantato nella mente di Joseph Smith e dei suoi compagni nella Scuola dei profeti.
Il 6 maggio, poche settimane dopo la chiusura della scuola per l’arrivo della stagione calda, Joseph Smith ricevette una rivelazione contenente ulteriori dettagli sull’esistenza preterrena. Tale rivelazione, ora riportata in Dottrina e Alleanze 93, si allontanava dalle idee cristiane tradizionali relative alla natura dell’umanità, aprendo nuove prospettive sorprendenti sul nostro passato preterreno, sul nostro potenziale futuro e sul nostro rapporto con Dio.
Sin dal V secolo d.C., l’ortodossia cristiana aveva imposto un divario pressoché incolmabile tra il Creatore e le Sue creazioni.5 I cristiani erano giunti a credere che l’umanità fosse stata creata dal nulla. Dio non era un artigiano che aveva riorganizzato dei materiali esistenti, bensì un Essere completamente diverso e separato dalla Sua creazione; misterioso e inconoscibile. La descrizione biblica del rapporto tra Dio e noi come di un rapporto tra genitore e figlio fu intesa in larga misura come una metafora, piuttosto che come un legame familiare letterale. Suggerire altrimenti, secondo l’opinione della maggior parte dei pensatori cristiani, sminuiva Dio in modo blasfemo oppure elevava pericolosamente l’umanità.
La rivelazione del 6 maggio era ardita e nuova, ma anche antica e familiare. Come nel caso di molte rivelazioni di Joseph Smith, essa recuperava verità perdute apparentemente note a dei personaggi biblici, in questo caso Giovanni il Battista. Essa dichiarava che, come Cristo “[era] al principio con il Padre”, così “anche l’uomo era al principio con Dio”. Rigettava la credenza, sostenuta da lungo tempo, nella creazione ex-nihilo: “L’intelligenza, ossia la luce di verità, non fu creata né fatta, né invero può esserlo”6.
La rivelazione forniva ulteriore verità su Dio e sulla natura umana. Essa riecheggiava sia il testo del Libro di Mormon sia l’inno di David Patten, definendo la verità come “la conoscenza delle cose come sono, e come furono, e come devono avvenire”. Questi scorci sul passato, sul presente e sul futuro furono dati “affinché comprendiate e sappiate come adorare, e sappiate che cosa adorate”7. La rivelazione trattava in particolare il passato di Dio e il potenzialmente glorioso futuro dell’umanità. Gesù Cristo, così fu detto a Joseph, aveva progredito per diventare come Suo Padre. Egli “non ricevette la pienezza all’inizio”, ma “continuò di grazia in grazia” fino a che ricevette la pienezza di Suo Padre. Allo stesso modo, l’umanità ha un potenziale divino. Gli uomini e le donne che osservano i comandamenti di Dio ricevono “grazia su grazia” fino a quando anch’essi “[saranno] partecipi della [pienezza di Dio e saranno] glorificati in [Cristo]”8. Questi lampi di comprensione relativi alle “cose come sono [realmente]” ristabilirono un’antica comprensione del rapporto tra Dio e i Suoi figli e ridussero l’enorme divario tra Creatore e creazione che i mormoni avevano ereditato dalla tradizione cristiana.
Joseph Smith trascorse il resto della vita a riflettere sulle implicazioni di questi sbalorditivi insegnamenti giunti tramite rivelazione. Qualche anno dopo, a Nauvoo, egli diede a queste verità la loro più completa espressione nel suo ultimo sermone a una Conferenza generale. Echeggiando le parole della rivelazione, egli insegnò che gli uomini e le donne sono coeterni con Dio e che possono diventare come Lui “passando da una piccola capacità a una grande capacità”, finché alla fine essi dimoreranno “nelle fiamme eterne”. Parlando con una certezza che scaturiva dalla rivelazione, egli insegnò: “L’anima, la mente dell’uomo, da dove è venuta? Il dotto dice che Dio la creò in principio, ma non è così. Io so come stanno le cose. Me lo ha detto Dio”9.